Risorgimento: la centralità dell’amore

L’amore è un tema centrale del Risorgimento. Attorno a esso si organizzano e si precisano questioni cruciali tanto dell’esperienza personale quanto per la definizione della nuova sfera pubblica italiana: la morale sessuale e il matrimonio, la famiglia, un diverso ruolo delle donne, i rapporti di genere. C’è, nel rilievo che assumono questi temi, un’attitudine propria della cultura romantica e più in generale della nuova sensibilità ottocentesca, codificata in libri che ebbero una vastissima circolazione all’epoca, dalla Nouvelle Héloïse di Rousseau, al Werther goethiano, al Foscolo delle Ultime lettere di Jacopo Ortis.

Il fascino e la passione

Il Risorgimento fu un banco di prova giovanile; di giovani maschi in prevalenza, cui la mobilitazione civica e poi la guerra e la rivoluzione offrirono inedite occasioni di libertà personale, in un contesto in cui gli obblighi sociali e i vincoli dell’educazione tradizionale stavano perdendo molto della loro forza costrittiva. La rivoluzione mette in circolazione giovani carichi di fascino, con la testa in fiamme, in grado di esercitare un forte ascendente e un potere di seduzione tra i compagni di lotta e nelle famiglie dove trovano asilo. Sono degli esaltati e offrono alle donne che incontrano l’occasione dell’esaltazione, in un turbinio di parole, emozioni, carezze che accendono il desiderio e l’immaginazione.

Si insiste molto nella storiografia più recente sui temi dell’egocentrismo romantico e sull’amore-passione. L’amore è la grande avventura dell’io moderno; moderno perché della modernità mette in gioco l’aspetto veramente decisivo, l’autonomia della coscienza e la centralità del processo della sua formazione. L’io ama e amando si rivela a se stesso. Quando si affaccia sulla scena della vita individuale autonoma questo io avanza una forte pretesa a rinegoziare i rapporti nella società su basi diverse dal passato. Non si può vivere in contrasto con la natura. La verità dell’io lo impedisce. Su questa verità si fonda la morale. La donna che si concede all’uomo che non ama in nome delle convenzioni sociali si prostituisce. Anche quando è estranea a un’intenzione contestataria così radicale, la nuova sensibilità si esprime nel linguaggio del piacere e dell’attrazione reciproca degli amanti.

Amori illustri e… turbolenti

Il caso più eclatante è certamente quello di Carlo Pisacane ed Enrichetta Di Lorenzo. Si amavano di nascosto. Lei era sposata e dal suo matrimonio aveva avuto tre figli. Nel 1847 decisero che non volevano più fingere e fuggirono. Alla famiglia indirizzarono una lettera che era un vero e proprio manifesto ideologico: quando le convenzioni sociali entrano in conflitto con la natura, l’amore diventa una «dichiarazione di guerra» alla società. Così scrisse Carlo Pisacane nella Lettera ai parenti.

A vent’anni, a Genova, dov’era ufficiale assegnato alla direzione del Genio militare, Cavour conobbe Anna (Nina) Giustiniani Schiaffino, giovane come lui, anticonformista, dal comportamento e dalle opinioni audaci. Si amarono pubblicamente e nell’ostilità della famiglia di lei. Durò poco e la ferita che la fine di quell’amore lasciò nell’animo di lei fu incancellabile. Nina era una donna appassionata ed emotivamente instabile. Morì suicida a soli trentaquattro anni nel 1841.

Massimo d’Azeglio ebbe molte avventure sessuali e di lui Francesco De Sanctis scrisse che passò con indifferenza dalle braccia delle donne del suo rango alle popolane. Ma al «giovin signore» queste erano cose da sempre permesse. Sono gli anni turbolenti che semmai rimescolano le carte dei rapporti tra i sessi e sovvertono le antiche gerarchie.

Felicita Bevilacqua e Giuseppe La Masa, il cui carteggio è stato studiato di recente dalla storica Marta Bonsanti, aspettarono tredici anni prima di potersi sposare. Lui in esilio, lei impegnata nel salvataggio del patrimonio di famiglia dopo la morte della madre. Felicita scrive a Giuseppe che l’amore che prova per lui è un culto e una religione; esso incarna in sé ogni idea sublime di patria, di sacrificio, di abnegazione, di dolore, di smanie, di desiderio, di virtù e di rassegnazione. Ma tutto questo non è solo il lungo catalogo della sentimentalità ottocentesca. È piuttosto l’elenco a contrasto ad essere significativo, quel dover tenere insieme responsabilità e strazio della passione, smania e abnegazione.

Ottocento, secolo di passione

Tuttavia non sono queste le storie che danno il tono dell’amore ottocentesco, anche quando parliamo dei rivoluzionari che combatterono per la causa dell’indipendenza e dell’Unità d’Italia. La tonalità affettiva delle biografie sentimentali del Risorgimento è data più verosimilmente da un intreccio molto fitto e complicato di libertà individuale e responsabilità familiare, di amore e di interessi, più che dalla loro netta opposizione secondo lo schema radicale della coppia Pisacane-Di Lorenzo.

L’amore ottocentesco fiorisce sul terreno di una più vasta responsabilità individuale. L’amministrazione del patrimonio, i doveri del primogenito o della sorella maggiore verso i fratelli, la fitta rete delle solidarietà affettive, imponevano agli amanti tempi, regole, gerarchie che gli amanti stessi non volevano violare. Il prezzo che si pagava era naturalmente molto alto. Le storie d’amore ottocentesche sono storie di lunghi differimenti e le tensioni psicologiche potevano essere intollerabili.

Sovraccarico di obblighi, l’amore ottocentesco conosce anche molte sfumature. È l’amore passione, come si è visto, l’anelito al bacio, più raramente la scoperta del corpo dell’amato. Ma è anche consolazione, capacità di accogliere, è un amore che enfatizza il suo lato materno ricettivo. C’era naturalmente un amore delle donne e un amore degli uomini e questa differenza poggiava tra l’altro sul fatto che uomini e donne continuavano ad appartenere a due sfere distinte. La vita degli uomini è «distratta ed esteriore», quella delle donne si svolge prevalentemente dentro una cerchia più intima, di attesa e di pensieri raccolti. Lo abbiamo visto sopra.

L’Italia innanzitutto

E poi c’era naturalmente la patria. Tutte le scelte affettive degli uomini e delle donne del Risorgimento sono segnate dal carattere imperioso, esigente, dell’amore per la patria. Tutto gli si sottomette. Il grande codificatore di questo amore è Giuseppe Mazzini, che insegna a trasfigurare il vincolo amoroso in termini religiosi. L’amore vero è tale non perché soddisfa il desiderio egoistico degli individui, ma perché sottomette la vita al fine che la trascende, il perseguimento del Bene. È, romanticamente, un tendere verso, un continuo superamento di sé e corrisponde ad un’idea della vita come missione e adempimento dei propri compiti terreni da parte del singolo. Nel credo mazziniano, l’amore è solo un altro modo per dire il dovere.

 

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