Giovanni Cena

Giovanni Cena (Montanaro, 1870 – Roma, 1917) è stato un poeta e scrittore italiano. Nato in una famiglia numerosa e indigente, riuscì a portare avanti i suoi studi con grandi sacrifici. Fu allievo del poeta e saggista Arturo Graf. Cena è ricordato per l’opera benemerita svolta nei confronti dei contadini delle Paludi Pontine: aiutato da alcuni validi collaboratori, aprì diverse scuole per scolari di umile condizione che vivevano nelle zone più infestate dalla malaria. Per questa sua azione fu contrastato dai latifondisti. Le linee del suo programma si possono trovare sintetizzate nella prefazione di “In Umbra”, in cui Cena scriveva: “Tutto questo libro è gonfio dell’aspirazione dell’intelletto all’assoluto, del sentimento verso la bontà e l’amore, dei sensi verso la sana gioia; di tutto l’essere verso la vita integrale.”

Biografia

Negli anni dell’università, Cena strinse diverse amicizie, come con il pittore Pellizza da Volpedo e il filosofo Annibale Pastore. Trasferitosi a Roma, venne chiamato a far parte della redazione della rivista Nuova Antologia. Nelle sue pagine  fece uscire a puntate il romanzo di ispirazione sociale Gli ammonitori. Cena andava staccandosi, a poco a poco, dalla vita letteraria, spinto dall’intimo desiderio di voler abbracciare l’umanità, compenetrandosi in essa; egli rivolgeva, infatti, a se stesso e agli altri l’esortazione: “Opera ed ama!”

Cena rivelò il suo animo delicato nel poemetto “Madre” del 1897, dedicato a sua madre morta prematuramente a causa d’un male incurabile. Egli ricorda di esser vissuto per lunghi mesi “con gli sguardi fissi nella morte, senza alcuna illusione sulla inesorabilità della malattia di sua madre, che “parea un’ombra di colei che un giorno / infra l’eguali sue bellissim’era”; e mette in risalto il comportamento “eroico” di lei che continuò a sorridere ai mesti figliuoli, “mentre le segnava l’ore atroci e velocissime la Morte”.

L’alfabetizzazione è stata la sua missione di vita, ogni posto veniva usato per “fare scuola”: vagoni ferroviari in disuso, chiese abbandonate, capanne, granai. Ovviamente ciò diede fastidio ai grandi latifondisti romani che fecero del tutto per impedire la sua opera di alfabetizzazione. Nel 1913 la duchessa Cateani mise a disposizione di Giovanni Cena un locale in cui finalmente nacque la prima vera scuola dell’Agro Pontino. Qui l’organizzazione delle scuole si adattava alle esigenze degli scolari, alle loro abitudini, alla loro età. Il progetto di Giovanni Cena fu innovativo e rivoluzionario per l’epoca perché egli non aspettava gli alunni, li andava a cercare.

Giovanni Cena e la poesia

La sua poesia si basa sulle sofferenze dell’ uomo e delle sue miserie, sulle sue aspirazioni, sui suoi sogni politici; nel periodo del pessimismo in cui predomina il pensiero di morte , ed esprime la fratellanza umana per risollevarsi da queste condizioni. Oltre alle poesie, di lui resta soprattutto il romanzo sociale Gli ammonitori, rilasciato nel 1903 nella rivista Nuova  Antologia di lettere , scienze ed arti. Tutte le sue opere, raccolte in cinque volumi, furono pubblicate a Torino tra il 1828 e il 1829.

La sua prima opera, il poemetto Madre, era dedicato a sua madre morta prematuramente a causa d’un male incurabile. Egli ricorda di esser vissuto per lunghi mesi “con gli sguardi fissi nella morte”, senza alcuna illusione sulla inesorabilità della malattia di sua madre, che “parea un’ombra di colei che un giorno / infra l’eguali sue bellissim’era”; e mette in risalto il comportamento “eroico” di lei che continuò a sorridere ai suoi figliuoli, “mentre le segnava l’ore atroci e velocissime la Morte” . In questo poemetto  già si nota la difficoltà che Cena  incontrerà anche nei suoi successivi tentativi letterari ovvero  il fatto di non riuscire a scrivere un componimento con una compiuta espressività artistica. Intenso nella percezione dei contenuti psicologici e sociali, rimane incompiuta la sua capacità di rappresentazione poetica e narrativa. E al fondo di questa incompiutezza c’è un diaframma psicologico, la sua naturale ripugnanza a identificarsi con l’ universo della letteratura, una confusa idea dell’artista “che deve essere anarchico per sé, socialista per gli altri”. Di qui un suo speciale approccio moralistico alla letteratura, di cui non mancano nella sua opera  interessanti spunti critici nelle pagine polemiche su D’Annunzio.

“Passione… quest’acuta follia che m’ha  sconvolto, le natìe virtù disfatte,/ scagliato come arbusto in un torrente”, scriverà nell’opera  In umbra, la seconda sua raccolta di versi pubblicata a Torino nel 1898. Una passione che trova a stento la forma compiuta per rivelarsi, si trasforma in “nausea”, per la consapevole incompiutezza del suo messaggio, e per un’interna contraddizione. “Il movente dell’arte – scriverà nella prefazione di In umbra – è la specie di malessere che prova l’individuo a restar isolato nelle sue impressioni e il desiderio di comunicare agli altri: il fine è di stabilire questa comunicazione simpatica”.

Curiosità

(in preparazione)

Opere principali

In umbra (1899
• Madre (1900)
• Gli ammonitori (1903)
• Homo (1905)

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